Ci sono scelte che un avvocato deve compiere senza avere mai la certezza assoluta di essere nel giusto.
Dietro ogni decisione ci sono norme da interpretare, interessi da tutelare, conseguenze da prevedere e, soprattutto, persone che affidano a lui una parte importante della propria vita.
Il dubbio, allora, non è necessariamente un segno di debolezza. È la consapevolezza che ogni scelta comporta una responsabilità e che, talvolta, anche la strada apparentemente più sicura nasconde rischi che solo il tempo saprà rivelare.
E poi c’è il confronto.
Tutti noi abbiamo un collega da contattare sperando che riesca a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra, quando invece l’ago sta nel mezzo
Ma alla fine rimane sempre la solitudine.
La solitudine di chi ascolta tutti, ma deve trovare dentro di sé la risposta. Di chi raccoglie le aspettative del cliente, valuta le possibili strategie e, alla fine, è chiamato a indicare una direzione, pur sapendo che nessuna decisione è priva di conseguenze.
Perché il cliente può condividere una scelta, può comprenderla o contestarla, ma il peso professionale e soprattutto quello morale di averla suggerita resta, in una certa misura, sulle spalle dell’avvocato.
Forse è proprio qui che si misura la vera responsabilità della professione: non nell’assenza di dubbi, ma nella capacità di decidere nonostante i dubbi; non nella certezza di non sbagliare, ma nella serietà con cui si valutano le alternative, si ponderano i rischi e si assume la responsabilità delle proprie conclusioni.
Essere avvocati significa anche questo: convivere con domande che non sempre hanno risposte definitive e trovare, nella solitudine della decisione, la forza di scegliere secondo coscienza, competenza e diritto.
Perché la giustizia non sempre offre certezze. Ma la responsabilità di cercarla non ammette scorciatoie.
E poi arriva il giorno in cui spegni i pensieri, chiudi i manuali e indossi la toga.
Dall’altra parte chi giudica non solo i fatti, ma anche le tue scelte.

